
Intervista ad Alessandro Remondelli, presidente del MAV di Ercolano, sui temi del digitale e della trasformazione tecnologica dei siti culturali campani.
Presidente Remondelli, il MAV è spesso citato come un caso di eccellenza nella gestione digitale. Qual è il vostro approccio e quali elementi vi caratterizzano?
Il MAV nasce digitale: questo ci permette di sperimentare linguaggi e strumenti con grande libertà. Il nostro percorso immersivo, basato su ricostruzioni scenografiche, interfacce visuali, ologrammi e ambienti interattivi, è pensato per coinvolgere tutti i tipi di pubblico. Lavoriamo costantemente su accessibilità, multimedialità e narrazione: vogliamo che il visitatore non si limiti a “osservare” l’archeologia, ma la viva, attraversandola. Inoltre, stiamo investendo nella digitalizzazione avanzata, in sistemi di gestione interna e nella creazione di piattaforme educative che dialogano con scuole e istituzioni culturali.
A proposito di scuole, che tipo di esperienza offre il MAV agli studenti?
Il MAV apre le porte per mostrare tutte le attività didattiche che proponiamo: laboratori digitali, percorsi immersivi, visite interattive, strumenti multimediali dedicati ai più giovani. Visitare il MAV – come dico spesso – è un’esperienza totale: gli studenti compiono un viaggio a ritroso nel tempo, ascoltano le voci degli abitanti di Herculaneum, interagiscono con reperti virtuali, vivono la quotidianità delle antiche città romane “un attimo prima” dell’eruzione del 79 d.C. L’obiettivo è unire emozione, conoscenza e tecnologia, trasformando la visita in un momento di apprendimento attivo e divertente. Siamo un museo, ma anche un centro di cultura e tecnologia: e questo ci permette di offrire esperienze formative uniche in Italia.
La trasformazione tecnologica sta cambiando profondamente il modo di operare dei musei campani. Secondo lei a che punto siamo?
I musei campani stanno affrontando la trasformazione digitale non solo introducendo nuovi strumenti, ma rivedendo processi, strategie e modelli di relazione con il pubblico. Il dato più rilevante non è tanto il numero dei progetti, ma la consapevolezza crescente che il digitale non è un “accessorio”, bensì un asse strutturale della gestione museale contemporanea. Stiamo vivendo una fase in cui tecnologie, contenuti e partecipazione si intrecciano, ridefinendo il ruolo dei musei come spazi di conoscenza, ricerca e inclusione.
La Regione Campania è impegnata nella costruzione di un ecosistema digitale dei beni culturali. Qual è la portata di questo processo?
È un percorso strategico che punta a rendere musei, archivi e biblioteche parte di un unico sistema digitale interoperabile. La Regione sta lavorando su infrastrutture, piattaforme, standard di catalogazione e progetti di digitalizzazione su larga scala. Questo ecosistema dialoga con il PNRR ma lo supera, perché guarda al lungo periodo. E il MAV, per la sua natura, si inserisce perfettamente in questa traiettoria.
In conclusione, qual è secondo lei la sfida principale per i musei campani nei prossimi anni?
La sfida è duplice: da un lato, consolidare le infrastrutture e gli strumenti digitali; dall’altro, far sì che il digitale diventi davvero un elemento integrato nella visione strategica dei musei. Non basta innovare la fruizione: bisogna innovare la governance, i processi interni, la gestione dei dati, la progettualità. Solo così il sistema museale campano potrà crescere in modo organico ed essere riconosciuto, anche a livello internazionale, come un modello avanzato di integrazione tra patrimonio culturale e tecnologia.



