“Amore”, “tesoro” e il resto del vocabolario affettivo: perché gli adolescenti si chiamano così anche tra amici?

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Group of young people together outdoors in urban background. Men and women looking down

C’è una piccola rivoluzione silenziosa nelle conversazioni dei più giovani: una marea di “amore”, “tesoro”, “gioia”, “bebe”, “lovvo” e varianti creative che rimbalzano da una chat all’altra, da un corridoio scolastico a un vocale mentre si torna a casa. È un fenomeno linguistico così diffuso da sembrare una moda passeggera; e forse lo è. Ma come tutte le mode che riguardano le parole, dice molto più di quanto sembri.

Il lessico affettivo si democratizza

Un tempo certe espressioni erano confinate all’intimità di coppia, pronunciate con cautela e un pizzico di imbarazzo. Oggi no: i termini affettuosi sono usciti dalla sfera romantica e si sono spostati in quella dell’amicizia, anzi della micro–comunità. Un uomo o una donna che chiama “amore” un’amica non significa che le dichiari un sentimento segreto: è un modo per dire “sei del mio cerchio”, per creare una piccola bolla di familiarità istantanea.

Dal punto di vista sociologico, è un processo di normalizzazione dell’affettività. In un mondo in cui le emozioni vengono condivise pubblicamente più che mai, soprattutto sui social, il linguaggio si adegua e si fa più morbido, più espressivo, meno trattenuto. Le parole si muovono dove si muovono i sentimenti.

L’eco dei social e la grammatica del gruppo

TikTok e Instagram hanno un ruolo cruciale: la cultura pop digitale vive di esagerazioni affettive, ironie e iperboli. Il linguaggio delle influencer, dei creator, dei reality, è un continuo “amoreee”, “tesorooo”, spesso pronunciati con intenzione parodica. Gli adolescenti li adottano come segno di riconoscimento. Sono etichette relazionali che funzionano come saluti tribali: se ti chiamo “amore”, sto dicendo “apparteniamo allo stesso mondo linguistico”.

E proprio questa appartenenza crea la moda. E come tutte le mode, possiede un lato buffo: ci si vede ragazzi che cinque minuti prima litigavano per una gomma e subito dopo si chiamano “gioia”, come se nulla fosse. Una teatralità spontanea, tenera e un po’ assurda.

Ironia e protezione emotiva

Ma c’è un aspetto più psicologico: usare parole affettuose in modo leggermente ironico permette di avvicinarsi all’intimità senza correre il rischio di esporsi davvero. È un “ti voglio bene” che rimane sempre reversibile, sempre coperto dal sorriso. Se qualcuno si prende troppo sul serio, si può sempre ribadire: “Ma dai, amore, stavo scherzando”.

Questa ambiguità è una strategia di protezione dell’autostima. Vivere tra giudizi costanti — scolastici, sociali, digitali — spinge molti giovani a costruire piccole zone di comfort emotivo. Le parole affettuose sono un cuscino linguistico morbido: rendono tutto meno brusco.

Un’amicizia sempre più intensa

C’è anche un cambiamento strutturale nel concetto di amicizia: per molti adolescenti i rapporti amicali hanno un’intensità emotiva che una volta apparteneva quasi esclusivamente alle relazioni di coppia. Il linguaggio affettuoso è un’estensione naturale di questo modo di vivere i legami. Non è una regressione sentimentale, ma una ridefinizione: le emozioni non si riservano più solo a una persona; si distribuiscono nella rete sociale.

È davvero una moda “stupida”?

Così, la domanda rimane: è una moda stupida? Forse sì. Forse no. La verità è che quasi tutte le innovazioni linguistiche sembrano stupide quando emergono, soprattutto agli adulti. Poi diventano normali. O spariscono. Ma nel frattempo raccontano un’epoca.

Questa, in particolare, racconta di una generazione che ha un rapporto meno impacciato con l’affetto, più giocoso e più collettivo. E se per dirsi tutto questo serve un “tesoro” lanciato con nonchalance in mezzo al corridoio della scuola, forse vale la pena ascoltarlo con attenzione.
Perché anche nelle parole apparentemente più leggere si nasconde sempre una piccola verità.

E gli adulti? Quelli che hanno passato i 30…

La faccenda si fa ancora più intrigante quando la moda travolge gli over 30. Tra amiche e amici ormai formati, con lavoro, routine e magari un mutuo, si sentono “amore”, “tesoro”, “vita mia” distribuiti con la stessa leggerezza con cui si passa un filtro della moka. Peccato che, a differenza degli adolescenti, qui l’ironia è meno dichiarata e più involontaria: una specie di zucchero linguistico sparso a caso, che spesso finisce per coprire, più che esprimere, i sentimenti reali.

In molti casi queste parole svuotate del loro significato diventano una piccola valuta emotiva di comodo: non costano nulla, ma danno l’impressione di una vicinanza che magari non c’è. E non è detto che siano innocue: tra misunderstanding, aspettative gonfiate e affetti simulati “per cortesia”, il rischio è che il “tesoro” detto per riflesso scateni più illusioni che tenerezze.

D’altronde, se a 35 anni ti chiami “amore” con una collega che vedi una volta al mese, forse più che affetto è manutenzione sociale. E va bene così, purché si ricordi che le parole, anche quando fanno ridere, restano mine linguistiche: piccole, brillanti e potenzialmente esplosive.