
Kvara si, Kvara no. Tutti a sfogliare la margherita dei ricordi. Quelli di un ragazzo venuto dalla Georgia per diventare una nuova stella nel tempio di Maradona. Una stella che sembra aver perso, troppo presto, la sua lucentezza da queste parti. Appare lontana ormai, mescolata al gioco di luci che regala la torre più famosa del mondo. La Tour Eiffel, destinazione Parigi.
Nel giorno della bomba di mercato, il Napoli però non si distrae per niente e surclassa il Verona mettendo in cascina, che bel sentire, altri tre punti d’oro. Primato rafforzato anche dal mezzo passa falso dell’Atalanta che non è andata oltre il pari ad Udine. Un primato meritato. Frutto dell’ennesimo clean sheet di stagione. Il dodicesimo su venti partite. Numeri importanti. E squadra che cresce di spessore partita dopo partita. Diventando, in maniera chiara, espressione del credo tattico del suo condottiero. Conte, uno che parla chiaro come l’alba di Vasco.
Senza girare intorno al problema. Anche se si tratta di spiegare per filo e per segno perché il Napoli rischia di perdere il talento di Kvara. E poi dritto a fare quello che gli riesce meglio. Ottenere il massimo dal suo gruppo coinvolgendo nel progetto di crescita tutti. Nessuno escluso.
Ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Perché il Napoli contro il Verona ha giocato veramente bene. Dando l’impressione di essere in assoluto controllo della partita fin dalle prime battute di gara. Con un Di Lorenzo autore di una rete di ottima fattura con conclusione dal limite agevolata dalla sponda offerta da Lukaku. Giocata cercata e che riesce molto bene al capitano quando entra nel vivo del gioco da centrocampista aggiunto. Ed il tema sembra ormai ricorrente e nella testa di altri interpreti dello spartito impartito da Conte.
Prova ne è il gol del raddoppio. Rabbioso, potente, da ammirare per esecuzione e coinvolgimento dei singoli. Con un Anguissa che suggella con una conclusione di rara bellezza una prestazione da incorniciare. Nettamente uno dei migliori in campo, se non il migliore il camerunense.
Nel mezzo, tra occasioni sciupate per scarsa mira sotto rete sia da parte di McTominay che dello stesso Anguissa nel primo tempo, un gran bel Napoli. Con una difesa impenetrabile dove Rrahmani è stato il padrone incontrastato. Coadiuvato da un più che sorprendente Juan Jesus. Dignitoso e bravo a far girare palla in fase di impostazione.
Trovando spesso in fase di appoggio uno Spinazzola che sembra rinato. O forse solo rigenerato dalla cura Conte.
Efficaci i duetti dello spilungone di Foligno con quello che si appresta a diventare il nuovo idolo del Maradona.
Neres: l’imprendibile furetto brasiliano che anche contro il Verona ha mostrato il suo indubbio ed ubriacante valore aggiunto. Chiedere al pur esperto Faraoni, che mai l’ha preso, per verifica.
Insomma, un Napoli all’altezza. Col petto all’infuori. Dove tutti sanno cosa fare. Una squadra pronta a disegnare una circolazione di palla mai banale che trova il suo magico baricentro in un Lobotka superlativo. Ragionatore e, all’occorrenza, interdittore. Tanta roba. Un interprete, lo slovacco, che regala un’equilibrio tattico in ogni momento di gioco. Come Politano, regista aggiunto della corsia destra, con licenza di duettare e far male agli avversari con il fido Di Lorenzo.Tanta roba anche questa.
Per un Napoli travolgente che continua a guardare tutti dall’alto. Che si prepara ad affrontare nei prossimi incontri, in rapida successione, Atalanta, Juve e Roma. Tre partite che diranno molto sul ruolo che gli azzurri potranno avere da qui al termine del torneo.
Sperando che il mercato in corso regali, oltre alla probabile partenza del giovanotto venuto dall’est, qualche scelta coraggiosa e di qualità per rafforzare un organico già forte di per sé. Aggiungendo un ulteriore tassello a quello che Conte definisce “percorso di crescita”. E qui, sperare e sognare non costa nulla. Specialmente quando scende in campo don Aurelio. Ancora una quindicina di giorni e vedremo.
Raffaele Castiello




