Sergio Di Santo, maestro sul ring e nella vita: “Sogno un mio allievo in Nazionale”

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Sul ring come nella vita, Sergio Di Santo insegna che ogni colpo va prima pensato e ogni passo va fatto con rispetto. Maestro di pugilato e coach prima ancora che allenatore, Di Santo è una figura che va oltre la dimensione sportiva: è un educatore che ha scelto la boxe come linguaggio per parlare ai più giovani. Nella sua palestra, alla JUMP di Telese Terme, bambine e bambini non imparano soltanto a tirare un jab o a difendersi, ma a conoscersi, a gestire le emozioni, a rispettare le regole e gli altri.

La boxe, spesso raccontata come sport duro, nelle sue mani diventa strumento di crescita, disciplina e responsabilità. Attraverso l’allenamento quotidiano, Sergio Di Santo accompagna i suoi allievi in un percorso che li aiuta a diventare più sicuri, consapevoli e forti, dentro e fuori dal ring. In questa intervista ci racconta la sua idea di sport, il valore educativo del pugilato e cosa significa oggi essere un maestro per le nuove generazioni.

Da dove nasce la tua passione per le arti da combattimento e come sei arrivato a scegliere la kickboxing come prima disciplina?

“Venni a conoscenza che un carissimo amico, Stefano Baldi, combatteva di Full Contact e aveva cominciato ad insegnarlo a Caserta, io vivevo lì. Lo chiamai e mi disse “vieni a provare, se non ti piace abbiamo passato una serata insieme.” Era il 1991, il mio amico divenne anche il mio Maestro, e non ho più smesso”.

Cosa ti ha spinto a passare dalla kickboxing al pugilato e come ha influito questa transizione sulla tua concezione dell’insegnamento?

“Correttamente parlando ho affiancato il pugilato alla Kickboxing, sono attualmente un tecnico della Federkombat, Maestro 4° grado, iscritto all’albo dei docenti federali e ricopro qualche incarico all’interno del Comitato Regionale Campania guidato dal presidente Gianni Di Bernardo.

Nel 2012 ho incontrato il Maestro Raffaele Munno della “Boxe Medaglia d’oro” di Marcianise. Sono stato accolto nella sua palestra e dopo aver superato il corso tecnico di pugilato sono diventato un suo collaboratore. Dire in poche parole cosa è la Medaglia d’oro è impossibile, ma quando sono arrivato lì c’erano dei grandi campioni, uno su tutti Domenico Valentino, campione del mondo e 3 olimpiadi alle spalle, ma anche atleti della Italia Thunders e decine di campioni italiani. Ho appreso da Munno metodiche di allenamento e di comportamento verso gli atleti che nessun libro potrebbe insegnarti”.

Insegnare pugilato oggi nella Valle Telesina significa spesso lavorare con giovanissimi: come definiresti il tuo approccio con i ragazzi e le ragazze che si avvicinano per la prima volta allo sport da combattimento?

“Il compito più difficile che abbiamo è quello di suscitare fiducia. Non è semplice rendere piacevole ai ragazzi/e un’ambiente dove si insegna a combattere. La fiducia la trasmetti attraverso la competenza. La competenza e l’esperienza contribuiscono a rendere divertente ed interessante l’allenamento. La cautela e la pazienza ti aiutano a costruire il fighter”.

Come alleni – a livello tecnico, mentale e caratteriale – una giovane promessa affinché possa crescere con equilibrio e ambizione nello sport?

“Per me è molto importante innanzitutto conoscere la persona che ho davanti. Sono del parere che l’errore più grande che si possa commettere è quello di pensare che tutti gli atleti debbano essere in grado di allenarsi come si allenava il Maestro quando era un atleta.

La metodologia dell’allenamento deve essere adattiva al soggetto in quanto persona unica e non standardizzata ad un ideale di atleta combattente.

Bisogna saper entrare, senza mai essere invasivo, in confidenza con la persona che alleni, capire i suoi punti di forza e le fragilità, aiutarlo ad accettare il sacrificio anche nei momenti difficili, dargli soddisfazione quando occorre e contraddirlo quando è nel torto, senza mai prendere le parti di una figura genitoriale ma facendogli capire che il nostro rapporto nasce dall’esigenza di voler superare i propri limiti per arrivare all’obbiettivo che si è prefissati. Tutto questo deve essere fatto sempre all’insegna dei valori dello sport”.

Quali difficoltà (pregiudizi, logistica, mentalità) incontri quotidianamente nel cercare di affermare la boxe come disciplina utile, sana e formativa e come le affronti?

“La logistica, intesa come conformazione naturale e civile del territorio, crea non pochi disagi alla pratica dello sport in generale, se parliamo di giovani e giovanissimi. Se non hai la fortuna di vivere nelle vicinanze della palestra, devi fare i conti anche con i passaggi auto, mancanza di rete trasporti adeguata, illuminazione della strada, periodo invernale abbastanza lungo, e tutto questo sicuramente incide sui tesseramenti degli atleti.

I pregiudizi, per quanto riguarda gli sport da combattimento, sono sempre tanti e quasi sempre gli stessi e riguardano la violenza, gli infortuni etc…  devo dire che sempre meno persone chiedono se è vero che “il maestro deve romperti il naso per farti combattere”. Se stiamo vincendo su questo luogo comune, probabilmente vinceremo in futuro anche tutti gli altri.

La mentalità, riguardo gli sport da combattimento, devo dire che qui è abbastanza formata. Il pugilato in particolare è abbastanza seguito, e grazie al M° Giuseppe Corbo di Piemonte Matese, abbiamo tanti ex pugili, alcuni con curriculum di grande rispetto, che vivono nei dintorni e che spesso passano anche a trovarci in palestra”.

Guardando al futuro: quali sono i tuoi sogni e progetti per i tuoi allievi, e cosa speri di vedere realizzato nei prossimi anni?

“Il progetto è riuscire a formare pugili che dimostrino al pubblico l’arte del combattimento affermandosi sui ring nazionali e internazionali. Il sogno è vederli in Nazionale ed avere quanto più aiuto possibile da chi politicamente potrebbe agevolarci in qualche modo, Marcianise è un ottimo esempio a riguardo”.