
Augh Amici di campanianews, già dal saluto dovreste aver capito quale film ho visto in settimana ma se così non fosse preparatevi ad una recensione che potrebbe non piacervi perché si parla di omicidio, violenza e prevaricazione in salsa americana, nonché della nascita del FBI.
Questo ed altro viene raccontato da Martin Scorsese nel film The Killer of the Flower Moon uscito il 21 ottobre nelle sale Italiane dopo aver strappato nove minuti di standing ovation al festival di Cannes. A mio avviso questa pellicola per quanto bella ha un grande limite, racconta un dramma prettamente americano, nei modi di vivere, nei modi di pensare, anche nel punto di vista usato per raccontarlo quel dramma. Nulla di male chiariamo ma per apprezzare il film bisogna conoscere la storia vera dietro quel dramma.
Agli inizi del 1900, la Nazione Osage, tribù di nativi americani del Kansas, lascia le sue terre al governo americano in cambio di un piccolo pezzo di terra che nessuno vuole in Oklahoma, si scoprirà che quel posto è zeppo di petrolio. Da qui inizia la fortuna per i nativi Osage che affittano quei giacimenti all’uomo bianco sfruttando così dei diritti da 30 milioni di dollari l’anno (che nel 1920 non sono proprio pochi), di lì a poco strane morti accadranno all’interno delle famiglie degli Osage.
Ecco il punto di partenza, un’enorme fortuna è in mano ad un popolo considerato inferiore, che non può capirne la portata e soprattutto non ne è degno e quindi? Come fare ad accaparrarsi quella fortuna a qualsiasi costo? Martin Scorsese, con l’aiuto di due mostri sacri come Robert De Niro e Leonardo di Caprio, vi risponderà mostrandovi cosa è in grado di fare l’uomo bianco nella sua versione peggiore.
In genere non vi racconto nulla ma questa cosa posso dirvela. Subito capirete chi c’è dietro quegli strani omicidi, subito riconoscerete i buoni e i cattivi ma allo, stesso tempo, subito sentirete quel senso di vergogna e di impotenza quando vi troverete di fronte un essere umano in grado di sterminare una tribù solo per avidità. Buona visione e salutatemi il grande spirito.
Roberto Musella



