Non è critica musicale. È pregiudizio: il processo mediatico contro Sal Da Vinci e Napoli

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Ci sono momenti in cui la critica culturale smette di essere critica e diventa qualcos’altro. Diventa riflesso condizionato, stereotipo, pregiudizio. È esattamente ciò che sta accadendo dopo la vittoria di Sal Da Vinci al Festival di Sanremo con la canzone Per sempre sì.

Il dibattito non si è concentrato sulla musica, sulla struttura del brano, sulla qualità dell’interpretazione o sul gusto del pubblico. No. In poche ore la discussione si è trasformata nell’ennesimo processo mediatico contro Napoli e i napoletani.

E il passaggio è stato tanto rapido quanto rivelatore.

Quando la critica diventa insinuazione

La frase che ha incendiato la polemica è arrivata dalla penna del giornalista Aldo Cazzullo, che ha definito la canzone vincitrice di Sanremo adatta come colonna sonora di un “matrimonio della camorra”.

Non è una semplice battuta. Non è neppure una stroncatura musicale. È un’immagine precisa, pesante, carica di implicazioni.

Perché evocare la camorra parlando di un cantante napoletano non è un dettaglio retorico. È un automatismo culturale. È quel meccanismo per cui Napoli, nella narrazione di una certa élite mediatica, resta sempre a pochi centimetri dal crimine organizzato.

E allora la domanda è inevitabile: che cosa c’entra la camorra con una canzone d’amore?

La risposta è semplice: nulla.

Il vecchio vizio del giornalismo italiano

In Italia esiste un vizio antico: quando un artista napoletano conquista il successo nazionale, non viene giudicato soltanto per ciò che fa. Viene giudicato per ciò che rappresenta. Non accade con i cantanti milanesi. Non accade con gli artisti romani. Accade con i napoletani.

Il successo diventa sospetto, la popolarità diventa folklore, la melodia diventa improvvisamente oggetto di analisi antropologica. È una forma sottile di razzismo culturale, mascherato da ironia o da superiorità critica.

Il paradosso che smonta la polemica

C’è poi un dettaglio che rende la polemica ancora più grottesca. Per sempre sì non è nemmeno una canzone “napoletana” nel senso stretto. Il brano nasce dal lavoro di autori e produttori provenienti da varie parti d’Italia, molti dei quali legati alla moderna industria pop nazionale.

Eppure, nel momento in cui viene cantata da Sal Da Vinci, improvvisamente diventa — secondo qualcuno — la colonna sonora di un matrimonio di camorra. Il problema dunque non è la musica.
Il problema è il cognome, l’accento, la città.

Napoli come bersaglio permanente

Dietro queste polemiche si intravede qualcosa di più profondo: la difficoltà di una parte dell’informazione italiana a liberarsi dai propri stereotipi su Napoli.

Napoli è una città complessa, creativa, culturalmente potentissima, ma che continua a essere raccontata attraverso due sole lenti: il folklore e la criminalità. È una scorciatoia narrativa comoda, ma devastante. Perché ogni volta che viene riproposta, contribuisce a consolidare un immaginario distorto che colpisce milioni di persone che con la camorra non hanno nulla a che fare. Anche oggi che la città attira milioni di turisti da ogni parte del mondo. Sarà anche questo, forse, a dare fastidio. Il successo, la consacrazione, la conferma internazionale di Napoli.

Il peso delle parole pubbliche

Un’opinione privata resta un’opinione. Ma quando certe frasi arrivano dalle colonne di un grande giornale o dai palinsesti televisivi, diventano qualcos’altro. Diventano narrazione.

Ed è qui che entra in gioco la responsabilità del giornalismo: chi scrive, commenta e giudica sulla scena pubblica non può permettersi di soffiare sul fuoco dei pregiudizi per strappare una battuta o un titolo brillante. Perché le parole non restano mai isolate. Rimbalzano, si amplificano, diventano slogan.

La vera sconfitta

Qualcuno ha scritto che la vittoria di Sal Da Vinci rappresenterebbe la “sconfitta della musica” o addirittura “la sconfitta del Paese”. È un’affermazione che rivela molto più di quanto voglia dimostrare.

La vera sconfitta, semmai, sarebbe quella di un giornalismo incapace di distinguere tra critica e pregiudizio. Un giornalismo che, invece di analizzare la musica, preferisce rispolverare vecchi cliché territoriali. Precisiamo: Napoli non ha bisogno di essere difesa. La sua storia culturale parla da sola.

Ma ogni tanto è necessario ricordare una cosa semplice: evocare la camorra per commentare una canzone non è spirito critico. È soltanto un modo inelegante, se non rozzo — e purtroppo ancora accettato — per dire che il pregiudizio, in Italia, è duro a morire.