
Una sconfitta attesa, quasi automatica se si pensa all’attuale divario motivazionale tra un Bologna lanciatissimo verso una storica qualificazione Champions e quel che resta, in verità niente, del Napoli che fu. Quello del trionfo. Appena un anno fa. Sembra un secolo.
Un Bologna nemmeno trascendentale, ha avuto modo di affondare, giocando di squadra e col minimo impegno, un Napoli piccolo piccolo. Senza nemmeno spremersi troppo. Non c’è n’era bisogno visto il letargo in cui Di Lorenzo e compagnia sono caduti da tempo. Lenti, inguardabili, inconcludenti, tutti. Nessuno escluso.
Una non squadra in cui si fa a gara a mostrarsi indifferenti di fronte all’evidente disastro sportivo. Una non squadra guidata da un allenatore ingessato dai suoi stessi dogmi tattici che, mai, riesce a trasgredire. Nemmeno se dopo 12 minuti sei a 0 – 2 in casa e non hai niente da perdere. Visto che ormai, insieme a tutta la banda, anche la tua faccia è stata persa.
E poi, silenzi. Quello stampa voluto dalla squadra e dalla società dopo l’ennesima brutta figura. E quello a fine incontro messo in scena dalle curve. Evitato persino il solito ringraziamento degli sconfitti ai propri sostenitori.
Sullo sfondo, l’immagine trasmessa in TV di un presidente sconfitto nello spirito. Dallo sguardo assente. Attanagliato da pensieri cupi di un futuro tutto da inventare. Un re solo in un pomeriggio ancora da dimenticare. Mai più consono, alla situazione personale che sta vivendo, l’antico proverbio per cui : chi è causa del suo mal pianga se stesso.
Scelte scellerate, squadra incompiuta, tecnici inadeguati a dare un seguito alla grande bellezza messa in onda da Spalletti. Anche lui addolorato da come sono poi andate le cose e volutamente criptico, nell’ultima intervista, ancora una volta, nel far trapelare i veri motivi della sua fuga da Fuorigrotta. E qui il bradisismo nulla centra.
Ora, certamente, il buon Aurelio è un combattente e proverà, sempre a modo suo, a risollevare le sorti di una compagine frenata così rovinosamente dopo aver conquistato un meritatissimo scudetto dopo la bellezza di 33 anni. Ma come? Questa è la domanda da porsi in questo momento.
Magari prendendo, dopo il solito interminabile casting, l’allenatore giusto venuto fuori dagli algoritmi finanziari più o meno complessi del fido Chiavelli? E questo ci può anche stare e, se vogliamo, di più facile realizzazione. Il problema sarà invece scegliere la rosa da affidare al nuovo coach per iniziare un nuovo progetto sportivo che riscatti, da subito, questa annata da incubo che vedrà, probabilmente, il Napoli fuori da tutte le competizioni europee.
Bisognerà fare piazza pulita portando all’ombra del Vesuvio calciatori motivati liberandosi, nel contempo, di quelli che a torto o ragione hanno fatto il loro tempo dalle parti di Castelvolturno.
E questo, purtroppo, non sarà facile.
Tolti, infatti, Osimhen sicuro partente in virtù di una clausola che qualche top club pagherà prima o poi e qualche prestito che non sarà rinnovato, ci sarà da combattere con contratti, anche di rilievo, rinnovati non più di un anno fa. Mario Rui, Di Lorenzo, Politano, Rrahmani solo per fare qualche esempio.
Del solo Zielinski ci si libererà, si fa per dire, per scadenza di contratto.
Insomma, una situazione ben diversa di qualche anno fa dove si era potuto scegliere di iniziare la rifondazione, che ha portato poi allo scudetto, partendo da impopolari non rinnovi come quelli di Mertens e di capitan Insigne. E poi bisognerà resistere ai probabili assalti alle due uniche attrazioni dell’attuale rosa. Kvara e Lobotka che di mercato ne avranno, eccome. E che forse avranno in cuor loro l’ambizione di misurarsi ad altissimi livelli.
Giorni infuocati attendono, pertanto, il Napoli società con una rivoluzione sportiva di fatto già partita. Dove mai come in questo momento, il silenzio che regna sovrano è assordante. Premonitore di colpi ad effetto tanto cari al presidentissimo a cui, bisogna dirlo, quest’anno non ne è andata bene una. Ed allora, non ci resta che attendere, anche perché mancano, finalmente, soltanto due giornate alla fine della noia, come canta Angelina.
Raffaele Castiello




