Elena la matta, l’ardire di dire la verità

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Al Sannazaro di Napoli va in scena la prima assoluta di “Elena la matta”, tratta dal romanzo “La matta di Piazza Giudìa”, con la mirabile Paola Minaccioni, per la regia di Giancarlo Nicoletti e drammaturgia di Elisabetta Fiorito. Quella che viene rappresentata è la storia di una donna emarginata, ritenuta pazza perché complessa, incompresa, audace e lo spettacolo è un urlo femminile di intenso valore che si concentra non solo sul ruolo della donna, ma anche sulle ingiustizie e le controversie storiche, i cui riverberi si sono propagati fino ai giorni nostri.

La trama
La storia è ambientata nel ghetto ebraico di Roma, durante i rastrellamenti nazi-fascisti degli anni ’40. Elena Di Porto figlia della Roma povera, subissata dalle controversie politiche e sociali, cresce in un’umile famiglia ebraica e già in tenera età è additata come pazza per via delle sue espressioni eccessive, dei suoi exploit, della sua innata incapacità di starsene zitta.

Il racconto è un flashback sui suoi anni vissuti a Roma, nell’avvento del fascismo, fino alla sua affermazione massima e fino al giorno in cui proverà, invano, ad avvisare i suoi familiari e i suoi vicini, dell’arrivo dei soldati tedeschi pronti per la deportazione.

Elena ripercorre l’esperienza dei manicomi in cui è stata costretta al ricovero, le angherie del marito, l’amore della famiglia e per i figli, rivive la violenza dei militari che invadono le piazze, le strade e che a poco a poco occupano ogni spazio vitale della città. La sua reputazione non la farà prendere sul serio all’indomani del rastrellamento, quando cercherà disperatamente di persuadere gli abitanti del suo quartiere a scappare.

La messa in scena
La cornice del Sannazaro offre un ambiente intimo e raccolto che esalta i toni malinconici e sprezzanti dell’allestimento. La poliedrica Paola Minaccioni sintetizza mille e uno umori, e commuove e diverte in un susseguirsi di scene rappresentante con un sapiente utilizzo dello spazio e della voce. L’attrice è accompagnata dai musicisti Valerio Guaraldi e Claudio Giusti, il cui sottofondo richiama arie dell’epoca ai quali si alternano spezzoni originali.

Il monologo è un excursus sulla storia dell’Italia assediata dal Fascismo, la vita negli Ospedali psichiatrici, la persecuzione razziale, è un viaggio di cui Elena è espediente e perno allo stesso tempo, amplificato dalla circostanza di essere una donna, povera, ebrea, vissuta in una delle epoche più buie della storia del mondo civile.

La follia che viene attribuita ad Elena si sostanzia limpidamente nella sua naturale indomabilità, nell’esplodere dinanzi agli affronti subiti dai più deboli, dall’incapacità di piegarsi di fronte all’ingiustizia sociale sfacciata e senza limite, nella spudoratezza propria di chi non ha nulla da perdere e che ha tutto ha rinunciato, meno che alla propria dignità.

Conclusioni
“Elena la matta”, si annette a quel filone narrativo di essenzialità e crudezza, che attraverso l’incarnazione di un personaggio dell’epoca, riesce a caricare di forza il messaggio di speranza e umanizzazione che intende trasmettere. Tant’è che ognuno di noi è chiamato a fare ammenda della storia e a riflettere sui contenuti attuali delle vicende tragiche che hanno coinvolto l’Italia e gli italiani. Con questo sforzo di empatia, non dovrebbe risultare difficile rintracciare analogie tra quanto successo con le leggi razziali e la seconda guerra mondiale, e quanto accade oggi, quasi un secolo dopo.

Non è così inusuale additare la complessità di un soggetto, o talvolta, la sua fragilità come follia, o assistere ad azioni di efferata disumanità perpetrate da uomini a discapito di altri uomini.

L’uso distorto del potere, la disumanizzazione, il pregiudizio, l’emarginazione, sono condensate in 70 minuti di spettacolo come temi incasellati e connessi, al punto da lasciare lo spettatore per un attimo sospeso, credendo per un istante che fuori impazzi ancora la guerra, e che forse la memoria vada celebrata più spesso.

Roberta Guida